Osservazioni Formali
di Jonathan Montaldo
Merton Colloquium in
Roma, Centro Pro Unione (Venerdì, 6 Maggio 2005)
International
Thomas Merton Society - Sezione Italia (http://xoomer.virgilio.it/merton)
Traduzione di Roberto Russo
Quale
semplice ragazzo cominciai presto a leggere Thomas Merton e ancora oggi posso
facilmente individuare tutto il bene che la sua parola ha causato in me.
Personalmente trovo che le opere di Merton abbiano un effetto quasi medicinale
per le patologie della mia anima. Aprono quell’orecchio interiore del mio
cuore. Sbloccano la mia mente. Sottolineano la mia incompletezza. Lui da una
parte mi scoraggia, dall’altra mi sprona a proseguire. Lui mi consiglia sempre di accendere
qualsiasi olio io possa e di cercare la compagnia di coloro i quali restano
“svegli”.
La voce letteraria di Merton raggiunge un diverso tono per ciascun
lettore, ciò permette delle uniche esperienze di vita nell’atto stesso di
comprendere pienamente i suoi testi. Ad
esempio le mie osservazioni scaturite dalle mie letture di Merton, con tutta
probabilità non saranno facilmente paragonabili, né precisamente sovrapponibili
alle vostre. Così le mie personali osservazioni riguardo Merton, di questa
mattina, sono essenzialmente corroborate da quella singolare autorità, propria
di chi (forse come voi) ha spesso lottato con questo a volte ruvido
“messaggero”, il quale molte volte lo ha quasi del tutto tramortito ed
atterrato. Mi pregio di far parte di
quell’ampia famiglia di lettori, per i quali discutere delle opere di Merton
non rappresenta mai un mero esercizio puramente accademico.
Ammetto tra l’altro di aver bruciato incenso in grande quantità nel mio
tempo in onore del concetto romantico di vita monastica che Merton inculcò in
me; così come devo purtroppo ammettere che non accesi mai nemmeno una candelina
in onore della persona che si trovava effettivamente dietro la “maschera
letteraria” di Thomas Merton. Allo stesso modo non provai mai la benché minima
invidia per quegli amici che riuscivano comunque ad arrivare al Gethsemani ed
avere quei quindici agognati minuti al suo cospetto. Nemmeno pensavo veramente
che sarebbe stato eccezionale stringere la sua mano o guardarlo finalmente
dritto negli occhi; perfino all’inizio
dei miei incontri adolescenziali con i suoi libri e adesso, nei miei anni cinquanta, di sicuro non mi sottoporrei
ad un lungo viaggio, magari unicamente per sfiorare i suoi souvenir terreni. In
realtà ho amato moltissimo le opere di Merton soprattutto perché rappresentavano
per me come una sorta di specchio interiore, rivolto verso il vero “testo”
della mia vita. Quasi come se le sue epiche lotte personali mi aiutassero a
meglio identificare anche in me gli angeli buoni da quelli cattivi, che del
resto si contendono il cuore di ciascuno.
Le opere di Merton rappresentano il “vecchio saggio” della mia vita,
cui rivolgo di frequente questa domanda
interiore: “Dammi un tuo consiglio per la mia salvezza” oppure trepidante “Cosa
dovrei fare ora?”
In base alle mie letture delle sue opere, segnatamente dei suoi diari
personali, bisogna affermare che Merton
non emerge affatto in modo chiaro ed univoco come un “maestro spirituale”. A
mio giudizio, la sua umile letteratura di
“confessione e testimonianza” nei confronti delle sue umane debolezze,
contribuisce egregiamente a dissimulare quel senso di “maestria”. Uno scrittore - come molti prima e dopo di lui - che
però riuscì a produrre delle pure epifanie di bellezza; il quale certamente,
come nelle parole di W.H. Auden, accese una “fiamma” di testimonianza nei
confronti dei suoi contemporanei. Ma
con sorpresa i suoi diari privati lo presentano invece come teneramente intento a brancolare nel buio, sempre in
movimento e drammaticamente dipendente
dalla misericordia di Dio per tutte le cose quotidiane. Personalmente individuo ovunque nei diari di
Merton le chiare tracce della sua “trasparenza compassionevole”. Lui ha scritto
moltissimo e di proposito nei diari, successivi a La Montagna dalle Sette Balze, al solo fine evidente di svuotare -
se non addirittura di abbattere - quel suo nuovo status di “guru” ed esponendo
perciò ai suoi lettori tutti quegli inganni che dimorano nelle stanze segrete
più scure, anche del suo cuore.
La “Sala Merton” presso il Bellarmine College fu aperta al pubblico nel
1963. Lo stesso Merton aiutò ad
organizzare questo archivio ufficiale, ove i ricercatori avrebbero potuto
esaminare minuziosamente ogni particella o titolo da lui lasciato ai
posteri. Merton scientemente disperse
dietro di sé confessioni in copiosa quantità nei suoi diari soprattutto nel
1966, probabilmente in modo tale che nessuno - avendoli letti - potesse più
assegnargli senza dubbio quelle indesiderate vesti ufficiali di “maestro spirituale”. In merito vorrei
far notare che verosimilmente fu lo stesso scevro ed umile Merton ad
orchestrare paradossalmente un’autentica demolizione della sua immagine
pubblica. Proprio questo aspetto ci
mostra un inedito e singolare Merton, il quale in questo momento mi affascina
di più: ovvero quel monaco Merton che ha reso del tutto trasparenti – a se
stesso e ad ogni futuro lettore - le
sue travagliate lotte tra desideri contrastanti e conflittuali. La trasparenza
e l’integrità personale di Merton nei suoi
ultimi diari sono indubbiamente evangeliche, quanto missionarie. “Io sono spinto
in contraddizione,” scrisse nel suo
diario nel 1966. “Io sono spinto in contraddizione: affinché io capisca che c’è
la misericordia, affinché io accetti che c’è l’amore, affinché io aiuti gli
altri a fare lo stesso, che è compassione.”[i]
Merton ci ha guidato così ad apprezzarlo nello stesso modo in cui una
sua amica, la studiosa medievale Eleanor Shipley Duckett apprezzava i monaci
girovaghi irlandesi del Medio Evo. La
Duckett infatti ci offre un valido metodo di approccio al pensiero di Merton,
proprio quando ella scrive riguardo al suo metodo di studiare quei monaci
vagabondi: i quali andavano in esilio con il solo scopo di poter infine
serenamente trovare il loro posto, ove aspettare la resurrezione del Signore:
“In questo momento non ci interessiamo tanto dei miracoli realizzati
dagli uomini santi per mezzo di animali o uccelli o elementi della Natura.
Invece con l’aiuto della dottrina moderna, dovremmo piuttosto guardare qui ai
nostri santi, ovvero nelle loro vite quotidiane quali comuni esseri umani, nei
loro fallimenti e nei loro successi, nelle loro lotte, nelle loro delusioni,
nei loro problemi; dovremmo guardare ai
santi non ancora canonizzati, ai santi ‘in fieri’ per quanto possibile,
alla luce delle loro parole e controcorrente rispetto le storie dei loro tempi;
uomini inquieti, preoccupati, con
nostalgia di casa, uomini felici e pieni di speranza , sempre in
movimento, sempre in avanti.”[ii]
Le lacrime di Merton lo hanno
salvato. La medesima fragorosa rovina del suo progetto di santità,[iii] rappresentò invero la sua
fortuna. Alla vigilia del suo cinquantesimo compleanno scrisse affermando
decisamente che tutto ciò da lui scoperto fino ad allora ed in tutta la sua
vita, era null’altro che una pia illusione:
infatti aveva sempre voluto essere qualcosa di preciso e di definito - prima un
monaco, poi un eremita – riguardo cui naturalmente si era formato un solido
concetto. Secondo una certa originale
chiave di lettura, la sua vita null’altro è se non un graduale “esorcizzare”
questi idealistici concetti auto-imposti e di queste astrazioni fuorvianti
riguardo chi lui veramente fosse nell’intimo del suo animo. Imparando inoltre attraverso la dura
esperienza per scoprire il suo “io
disconosciuto,”[iv] Merton non faceva altro che
scalpellare via alacremente l’eccesso, per poi arrivare a ‘quella’ persona, la
quale più profondamente era: il suo “vero se stesso”; ovvero quel povero,
prezioso e fragile essere umano che si celava sotto un meraviglioso cappuccio
bianco. Attraverso la rocciosa e tormentata
strada della vita monastica, lui lottava per trovare un posto sempre più
autentico, ove potersi infine inginocchiare ed aspettare quella
misericordia, riguardo cui era ben
cosciente che non avrebbe mai potuto darsi, né trovare da solo.
Il cuore di Merton era pellegrino.
Lui semplicemente amava profondamente una strada inesplorata. Lui assaporava
avidamente il vero piacere di poter rigirare tra le mani il libro dei diari,
per voltar infine pagina a quella più preziosa: ovvero quella ancora intonsa;
ove buttare di getto un’altra nuova riga, nel preciso momento in cui sarebbe
riaffiorato prepotente l’impellente desiderio di rinascere, ancora e di nuovo.
Un nuovo paragrafo dopo l’altro, pagina dopo pagina; in questo modo turbinoso
raccoglieva le forze per un’altra ennesima scorreria nella sua inspiegabile
gioia di voler scalare ciò che il Signore Gesù discende, al fine di nascere
nuovamente per lui e con lui, attraverso le righe e le pagine del prossimo
capitolo della sua vita.
Merton nei suoi diari si palesava di fatto come qualcuno sempre pronto a
partire, in tutti i sensi e da un momento all’altro. A causa del suo personale
temperamento e della grazia, Merton era
molto restio ad arrivare per proporsi con delle riduttive risposte, a fronte
invece delle ben più grandi domande dimoranti nel suo cuore. Lui riuscì a
contrastare un certo ‘indurimento delle arterie’ che invece era il frequente
frutto di una troppo facile, diffusa e scontata accettazione passiva del
concetto comune, nonché contingente, di “saggezza”. Contrario ad ogni
dogmatismo, Merton mise in campo una
protesta di attivo e analitico coinvolgimento interiore. Probabilmente
aveva un’innata quanto esistenziale necessità di ammirare - anche nei santi -
proprio quelle figure più genuine ed originali, quasi girovaghe, come San
Benedetto Joseph Labre.[v]
Merton ereditò con tutta probabilità, dal suo artistico genitore Owen, i
geni del peripatetico. Il vero eroe
della sua vita era il pellegrino poeta, in esilio sull’Isola di Patmos, nonché
suo migliore amico: Robert Lax. Merton
ammirava ed amava questi esempi di disordinata separazione tra religione e
stato. Questi modelli forgiarono in lui
il significato del vivere ai margini delle culture di massa e collettive, le
quali contrariamente alle apparenze sono perniciosamente ristrette e chiuse.
Merton di proposito ricercò sempre quegli scenari interiori meno rassicuranti
al fine di poter diventare più pienamente, come nei suoi modelli o eroi di
riferimento, un migliore essere umano nonché un miglior cattolico. “Quel paese
che non c’è,” confidò nei diari del 30 maggio 1968, “è la vera casa.”[vi]
Le continue stesure dei diari
ampliarono di fatto i suoi doveri di monaco, fino all’obbligo datosi di
vigilare e “rimanere sveglio.” Scrivere i diari lo aiutò a rimuovere prontamente,
qualsiasi cosa che distraesse la sua ferma attenzione nel tenere l’occhio della
sua mente costantemente fisso sull’orizzonte del momento successivo. Poiché
proprio l’esatto momento successivo avrebbe potuto improvvisamente rivelare, in
una luce o in un’ombra, la vera presenza dell’Amato. Lui scriveva quindi i suoi
diari allo scopo di aprire bene le sue orecchie all’imprevedibile epifania
della voce di Dio. Scrivere i diari era
per Merton come “benedire l’incessante
balbettio della Parola fattasi carne” (una frase che prendo in prestito dal
poeta canadese Leonard Cohen).[vii]
Quale mai “parola balbuziente, che fosse infine diventata carne” potrà
non esser poi risuonata in lui e magari aver trovato la propria strada carsica,
fino a sgorgare nella pagina seguente? Quale nuova parola sarà mai potuta
arrivare al suo cuore senza gridargli imperiosa “Vieni qui fuori, nella nuova
terra che ti mostrerò?”
Merton aveva veramente questo
indomabile bisogno di procedere in avanti, verso degli scenari sconosciuti che
potessero infine diventare una nuova casa; ciò in qualche modo richiama T.S.
Eliot, il quale in “Little Gidding” supponeva : “E alla fine del nostro
esplorare/ Dovremo arrivare proprio al punto da cui siamo partiti/ E conoscere
quel posto per la prima volta.”[viii] Ma la nozione di Merton,
riguardo il “ritorno a casa”, non
sottende ad un ritorno al passato o ad una scintillante riscoperta delle
origini. Andare a casa significava per Merton, andare avanti, allontanandosi
invero dalle passate esperienze. Andare a casa significava per Merton svuotare
il suo cuore, da tutti quei concetti ivi stratificati e solidificati,
essenzialmente concernenti poi la pura essenza rispetto a chi lui stesso fosse
nel profondo del suo io. Mentre tornare a casa significava in realtà per Merton
accettare con somma gratitudine tutto ciò che lui era stato fino ad allora e
tutte quelle persone che la vita gli aveva dato; la sua strada verso la ‘Casa
della Grazia’ avrebbe sempre significato
una necessaria trascendenza da ogni cosa che appartenesse al passato,
realizzandosi pienamente ed unicamente nell’offrire tutto in eucaristia con
“Colui il Quale tornerà e Colui il Quale rende nuove tutte le cose.”
Il continuo avvicinamento di Merton verso
‘casa’ riguardava sempre il prossimo incerto passo da prendere. Lui non sapeva
mai con sicurezza dove stesse andando, ma non poté esimersi dal seguire
quell’insistente profumo di Verità che lo precedeva e lo conduceva oltre. Egli incarnò questo più profondo destino di
essere pellegrino e di viaggiare in avanti verso Dio, come nei suoi diari di
marzo 1961:
Una cosa (è) indubbiamente chiara dopo la messa: ovvero il “ritorno al
Padre.”
L’inesistenza e l’insufficienza di tutte le altre preoccupazioni.
Un chiaro uscire dal bel mezzo di
tutto ciò che è transitorio e inconcludente. Il ritorno all’Immenso, al
Primordiale, allo Sconosciuto, a Colui il Quale Ama, al Silente, al Sacro, al
Misericordioso, a Colui Che è Tutto.
La confusione, la follia, la
vacuità di tutto, di chi cerca qualsiasi cosa, eccetto questo grande
ritorno, ovvero di chi rifiuta l’intero
significato e il medesimo cuore di tutta l’esistenza.
L’assurdità dei movimenti, degli scopi che non sono definitivi,
l’assurdità delle intenzioni che non sono finalizzate e perciò non cominciano
neppure.
Tornare non equivale ad un viaggio indietro nel tempo, bensì consiste
nell’avanzare, nell’andare oltre: infatti ricostruire i propri passi è come
costruire un bel nulla, fondandolo quest’ultimo però sul nulla stesso, vanità
delle vanità, corrisponde quindi a rinnovare per due volte la stessa assurdità,
ma a ritroso.
Un andare oltre ogni cosa, un lasciare ogni cosa e prorompere avanti
verso la Fine, quindi verso l’Inizio, verso l’eterno nuovo Inizio, il quale è
senza Fine.[ix]
[i] Thomas Merton. Learning to Love.
Journals Volume 6. Edited by Christine M. Bochen (San Francisco:
HarperSanFrancisco, 1998): 355.
[ii] Eleanor
Duckett. The Wandering Saints of the
Early Middle Ages (New York: W.W. Norton & Company, Inc., 1964 edition
of original 1959 edition): 17.
[iii] La mia
immediata fonte per la frase “holiness project” proviene da Douglas Burton-Christie. The Word in the Desert:
Scripture and the Quest for Holiness in Early Christian Monasticism (New York: Oxford University Press, 1993).
[iv] Thomas Merton. A Search for Solitude. Journals Volume
3. Edited by Lawrence S. Cunningham (San Francisco, HarperSanFrancisco, 1966):
220-221. Merton scrive: “E’ il me stesso
rifiutato che mi si frappone sulla mia
strada – e continuerà a farlo finche non verrà accettato.”
[v]Thomas Merton. Entering the Silence.
Journals Volume 2. Edited by Jonathan Montaldo. (San Francisco:
HarperSanFrancisco): 275. Merton scrive: “C’è qualcosa nella mia natura che mi
fa sognare e vagheggiare di essere un vagabondo…”
[vi] Thomas Merton. The Other Side of the Mountain. Journals
Volume 7. Edited by Brother Patrick Hart (San Francisco: HarperSanFrancisco,
1998): 110.
[vii] Leonard Cohen. “The Window.” Recent
Songs (CBS Records, Inc. CK 36264, 1979): Track 3.
[viii] T.S. Eliot. “The Four Quartets.” The
Collected Poems and Plays: 1909-1950 (New York: Harcourt, Brace &
World, Inc., 1952): 145.
[ix] Thomas Merton. Turning Toward The
World. Journals Volume 4. Edited by Victor A. Kramer (San Francisco:
HarperSanFrancisco, 1966): 101.